Gaetano Costa

45° anniversario dell’uccisione del magistrato Gaetano Costa, dichiarazione del Presidente Mattarella
Il 6 agosto richiama alla memoria l’attentato di mafia in cui, quarantacinque anni fa, perse la vita il Procuratore Gaetano Costa. 
Magistrato di alta preparazione professionale, di riconosciuta indipendenza e di grande equilibrio, Costa ha condotto delicate ed efficaci indagini sulle organizzazioni criminali operanti nel territorio siciliano, cogliendo, con lungimiranza, la complessità del fenomeno mafioso e la sua penetrazione nei pubblici poteri e nei sistemi socio-economici.
Fare memoria del suo esempio significa rinnovare la ferma adesione ai principi di giustizia e di legalità, condizione essenziale di ogni comunità autenticamente libera e democratica.
In un anniversario che interpella le coscienze di quanti hanno a cuore la difesa della nostra convivenza civile, desidero rinnovare i sentimenti di partecipazione e vicinanza della Repubblica ai suoi familiari, a coloro che lo hanno stimato e a quanti, in questi lunghi anni, ricordandone il rigore e il coraggio, hanno continuato la sua opera a favore della giustizia.
Roma, 06/08/2025 (II mandato)

Nacque il 29/02/1916 a Caltanissetta, dove studiò, laureandosi, poi, nella facoltà di Giurisprudenza di Palermo.
Sin da ragazzo aderì al Partito Comunista allora clandestino.
Dopo aver vinto il concorso in magistratura fu arruolato come ufficiale nell’aviazione ottenendo due croci di guerra.
L’otto settembre raggiunse la Valsesia unendosi ai partigiani che ivi operavano.
Finita la guerra fu immesso in servizio in magistratura, prima presso il Tribunale di Roma e, successivamente, su sua richiesta, fu trasferito alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. In quella procura espletò la maggior parte della sua attività di magistrato da sostituto procuratore prima e da procuratore capo  poi, dando sempre chiare manifestazioni di alta preparazione professionale, indipendenza ed equilibrio.
Malgrado il carattere apparentemente freddo e distaccato e la poca inclinazione ai rapporti sociali gli fu sempre unanimemente riconosciuta una grande umanità ed attenzione, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli.
Sin dagli anni sessanta intuì che la mafia aveva subito una radicale mutazione e che si era annidata nei gangli vitali della  pubblica amministrazione controllandone gli appalti, le assunzioni e la gestione in genere. Inutilmente, all’epoca, richiamò l’attenzione delle massime autorità sul fatto che una efficace lotta alla mafia imponeva la predisposizione di strumenti legislativi che consentissero di indagare sui patrimoni dei presunti mafiosi e di colpirli.
Nel gennaio del 1978 fu nominato procuratore capo di Palermo e la reazione del “Palazzo” fu, in larga misura, negativa tanto da far si che si ritardasse la sua immissione in possesso  sino a luglio di quell’anno.
Nel breve periodo di sua gestione della Procura di Palermo, avviò una serie di delicatissime indagini nell’ambito delle quali, sia pure con i limitati mezzi all’epoca a sua disposizione, tentò di penetrare i santuari patrimoniali della mafia.
Di lui scrisse un suo sostituto che era un uomo “di cui si poteva comperare solo la morte”.
Per queste sue indagini ed anche perché i suoi sostituti si erano apertamente dissociati dalla sua azione in relazione al primo duro colpo inferto alla cosca di mafia all’epoca egemone ed alla inchiesta che porterà al primo processo contro i trafficanti di stupefacenti, il 6 agosto 1980, mentre passeggiava da solo ed a piedi, rimase vittima di un agguato tesogli nel centro di Palermo.
Nessuno è stato condannato per la sua morte ancorché la Corte di assise di Catania ne abbia accertato il contesto individuandolo nella zona grigia fra affari, politica e crimine organizzato.